Ventuno viti. È il numero che porto nella schiena da quando avevo 16 anni. Non è un dettaglio biografico che aggiungo per fare scena — è il motivo per cui sono qui, per cui faccio questo lavoro, e per cui probabilmente stai leggendo questo articolo.
Ma prima di arrivare a quel numero, devo tornare un po’ indietro.
Com’è iniziato tutto
Mio papà ha sempre fatto sport. Palestra, calcetto, qualche gita in bici il weekend. È cresciuta con l’idea che muoversi fosse normale, naturale, quasi necessario come mangiare. Quando avevo 13 anni mi ha portata con lui in palestra per la prima volta.
Ricordo ancora quella sensazione: i macchinari enormi, i pesi che sembravano impossibili da sollevare, quel profumo misto di gomma e sudore che adesso per me è odore di casa. Non ero brava, non sapevo cosa facessi — ma mi piaceva. Mi piaceva stare lì, muovermi, sentire il corpo che si svegliava.
Da quel momento la palestra è diventata il mio posto. Ci andavo due, tre volte a settimana. Imparavo guardando, chiedendo, provando. Avevo 13 anni e già sapevo che quello era qualcosa di mio.
Il giorno che tutto è cambiato
A 16 anni sono andata da un ortopedico di routine. Una di quelle visite che fai senza pensarci troppo, convinta che vada tutto bene.
Non andava tutto bene.
La diagnosi è arrivata chiara e pesante: scoliosi grave. Non una di quelle curve lievi che si tengono sotto controllo con la fisioterapia. Una curva importante, che nel tempo avrebbe potuto creare problemi seri. La soluzione proposta era un’operazione chirurgica: fusione vertebrale con strumentazione metallica.
Ventuno viti nella colonna vertebrale. Barre in titanio. Un intervento che avrebbe cambiato per sempre la struttura della mia schiena.
Avevo 16 anni. Non capivo bene cosa significasse davvero. Ero spaventata — ovviamente — ma anche un po’ in modalità “si fa quello che si deve fare”. I miei genitori erano accanto a me. I medici erano chiari. Si procedeva.
L’operazione è andata bene. Ma quello che è venuto dopo — quello, non me lo aspettavo.
L’anno più lungo
Il recupero post-operatorio è stato un anno intero. Un anno in cui il mio corpo non era mio. Non potevo piegarmi come volevo, non potevo fare movimenti bruschi, non potevo tornare in palestra — l’unico posto in cui mi sentivo davvero bene.
C’era la paura, quella costante. Paura di fare un movimento sbagliato. Paura di “rompere qualcosa”. Paura che bastasse un gesto distratto per rimettere tutto in discussione. Ogni volta che mi chinavo, ogni volta che sollevavo qualcosa di pesante, mi chiedevo: sto facendo bene? Devo fermarmi? È normale sentire questo?
C’era la frustrazione. Vedere le mie amiche muoversi liberamente, fare le cose normali che fanno i sedicenni, mentre io dovevo stare attenta a ogni passo. Sentirmi fragile — io che non mi ero mai sentita fragile.
E c’era la voglia. Una voglia fortissima di tornare a muovermi. Non perché volessi dimostrare qualcosa. Ma perché stare ferma, per me, era come togliermi qualcosa di essenziale.
Quel periodo mi ha insegnato cos’è davvero il movimento per chi lo perde. Non è solo fitness, non è solo estetica. È identità. È benessere mentale. È sentirsi intera.
Il ritorno
Quando finalmente i medici mi hanno dato il via libera per tornare in palestra, ci sono tornata. Con prudenza, con testa, con una lista di cose da evitare e cose da fare — ma ci sono tornata.
E lì ho scoperto il problema vero.
I personal trainer non sapevano come gestirmi. Alcuni erano gentili ma vaghi: “fai quello che riesci, stai attenta”. Altri mi guardavano con una sorta di timore reverenziale, come se fossi di vetro. Qualcuno mi ha direttamente detto che non si sentiva in grado di seguirmi.
Ho dovuto imparare da sola. Ho studiato, ho chiesto, ho sperimentato sul mio corpo — con attenzione, con rispetto, ma senza paura. Lentamente ho capito cosa funzionava per me. Quali esercizi rinforzavano davvero la mia schiena, quali erano neutri, quali erano da evitare. Come ascoltare i segnali del mio corpo e distinguere il dolore “informativo” da quello che dice “fermati”.
La palestra mi ha salvata una seconda volta. Non fisicamente — fisicamente mi aveva già salvata l’operazione. Ma nel senso più profondo: mi ha ridata una sensazione di controllo sul mio corpo, di forza, di possibilità.
La scelta
Da quel momento, la direzione era chiara. Volevo diventare personal trainer. Non per fare la scheda generica a chiunque, ma per fare esattamente quello che nessuno aveva fatto per me: stare accanto a donne con una schiena complicata e aiutarle a muoversi bene, senza paura.
Ho studiato. Ho preso la certificazione. Ho iniziato a lavorare.
E poi è arrivata l’opportunità che mi ha formata davvero.
Quattro anni in studio con fisioterapisti e osteopati
Per quattro anni ho lavorato in uno studio di riabilitazione e personal training, fianco a fianco con fisioterapisti e osteopati. Non in modo generico — in modo attivo, quotidiano, su casi reali.
Ho imparato cose che non trovi nei manuali di fitness. Come si valuta una postura in modo funzionale. Cosa significa davvero “compenso” in una schiena scoliotica. Come comunicare con una cliente che ha dolore cronico — non solo tecnicamente, ma emotivamente. Come costruire progressioni che rispettino i limiti senza fermarsi ad essi.
Ho lavorato con donne operate, donne con scoliosi non operata, donne con iperlordosi, donne con anni di dolori posturali mai risolti davvero. Ognuna diversa dall’altra. Ognuna con la propria storia, la propria curva, la propria paura.
E ho capito qualcosa di importante: non esiste “la schiena scoliotica”. Esistono persone. Esistono storie. Esistono corpi specifici che meritano attenzione specifica.
Cosa ho imparato davvero
Lavorando in quello studio ho imparato che la paura è il nemico numero uno delle donne con problemi alla schiena. Non la scoliosi in sé, non l’iperlordosi, non le viti — la paura. La paura di muoversi, la paura di fare del male, la paura di non farcela.
E quella paura spesso viene alimentata da chi, con le migliori intenzioni, dice “stai attenta”, “evita i pesi”, “non forzare” — senza dare strumenti concreti per capire come muoversi in modo sicuro.
Ho imparato che il rinforzo muscolare è la migliore protezione che puoi dare alla tua schiena. Non l’immobilità. Non l’evitare ogni sforzo. Ma costruire, lentamente e progressivamente, una muscolatura che supporti la colonna, che la stabilizzi, che le permetta di reggere il peso del quotidiano senza soffrire.
Ho imparato che ogni donna arriva con la sua storia — l’operazione, la diagnosi tardiva, gli anni di dolore trattato male — e che quella storia va ascoltata prima ancora di aprire una scheda di allenamento.
Ho imparato, soprattutto, che non basta essere buone personal trainer. Bisogna capire davvero di cosa si sta parlando. E io, per fortuna o per sfortuna, lo capisco dall’interno.
Perché sono qui
Oggi lavoro online con donne tra i 20 e i 40 anni che hanno la scoliosi — operata o non operata — dolori posturali, iperlordosi. Donne che vogliono tornare in palestra ma hanno paura. Donne che ci hanno già provato e si sono fatte male, o si sono sentite incomprese. Donne che hanno bisogno di qualcuno che non le tratti come un problema da gestire, ma come una persona da supportare.
Mi chiamo Martina. Ho 21 viti nella schiena. Sono personal trainer specializzata in donne con problematiche posturali e alla colonna vertebrale. E faccio questo lavoro perché so, nel senso più fisico e letterale del termine, cosa vuol dire avere paura di muoversi — e cosa vuol dire ritrovare la forza di farlo.
Non prometto miracoli. Non ho bacchette magiche. Ma so costruire programmi che rispettano la tua schiena e ti permettono di avere un corpo forte, sano, capace. Passo dopo passo, in sicurezza, con qualcuno accanto che capisce davvero di cosa sta parlando.
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